| Sui miei anni il tempo passa lentamente, tanto lentamente che questo macigno che è il mio ricordo lo vedo rotolare contro me come a ralentatore. Mi sembra di soffocare per la paura eppure so che niente di quello che ho dentro può farmi del male perché ormai ci convivo da troppi anni. Un’ultima riverenza però ve la voglio fare; voglio congedarmi da voi e dal cancro lasciandovi in eredità il mio passato in modo che voi, figli e figlie mie, possiate portare all’altare, come dote, il mio dolore. Quando i miei natali non avevano superato i venti, la guerra trascinava puzzo di sangue tra i vicoli delle città e in questo scenario si svolse quella che nulla è di più di una favola. Si combatte per conquistare terre macchiate di rosso pronte ad essere riverniciate di olio nero; si combatte per rendere il proprio dio migliore di un altro; si combatte anche solo per la speranza di entrare tra le lenzuola di qualche ragazzina viziata. Su questo mio banchetto da scrivano ho ritrovato tra le mani interi volumi, scritti da storici illustri, dedicati ad eserciti dove milioni di morti erano soltanto un numero statistico. Ma ogni morto, ogni corpo che ho calpestato aveva un nome e una storia sradicata dalle radici che presto è stata dimenticata. Ora sono stanco. Stanco di sopravvivere in questa trincea dove ho messo la mia mente a riposo. Ecco perché in questi fogli di diario trovo la forza o forse la disperazione di ricordare un dio sporco che non è stato mai seppellito. Tutto iniziò come nei migliori racconti con l’immagine di un paesino di campagna. Un paesino che ci vedeva come straneiri in terra di nessuno. Un paesino sporco poiché la loro pelle era sporca ma di una sporcizia naturale che nessuno potrebbe lavar via. Negri. La mia squadra non era impiegata per missioni belliche, dovevamo solo entrare in questi paesini e dagli edifici comunali tramite i nostri apparati radio dovevamo metterci in contatto con la nostra squadra gemella situata in un altro paesino a una trentina di chilometri da noi. Nulla di più semplice visto anche che quei bifolchi imbracciavano vecchi ruderi che per la maggior parte esplodevano tra le loro braccia da zappaterra. Negri stupidi come ci si aspetta che siano i negri. Ora, forse, tale pensiero mi farà passare per razzista eppure se foste nati nel mio tempo anche voi la pensereste come me poiché quello era il pensiero comune, quindi la verità. Le ragazzine si sentivano in diritto di farsi scopare pur di una promessa di libertà che gemevano tra un orgasmo e una fucilata diretta ad un padre troppo geloso. Quel surrogato di vita andò avanti per i primi tre giorni mentre dalla radio le comunicazioni si susseguivano formando una cantilena che accompagnava il nostro percorso tra escrementi, barricate instabili di materassi e ancora escrementi mischiati a sangue. Quella notte eravamo di stazionamento in una scuola, al margine ovest del paesino, e in pochi trovarono sonno. Per la maggiorparte i più giocavano a carte, puntando le proprie mogli mentre io cercavo un minimo di confusione mentale in una sigaretta di tabacco misto a gesso. A volte staccare la spina per un po’ ti aiuta ad andare avanti, a volte ti serve solo a scappare. Questo era il mio caso. Barcollai nel buio fino a raggiungere un cesso a misura di nano e lo vidi lì abbracciato alla tazza a vomitare tutta la paura che un bambinetto di una decina d’anni poteva tirar fuori. In guerra morire è normale; tornare è l’eccezione. Credersi eroe è il modo migliore per tornare. Te stesso, la tua gloria, la propria pazzia. In guerra si muore anche se si sbaglia a poggiare sul terreno un piede troppo avventatamente. In guerra non esiste nulla di allegro. In guerra non esistono storie d’amore… tutto è sbiadito dai fumi di armi scariche e dall’odore acre di terra marcita. Non giudicatemi quindi se quella notte ho fatto mio un bambino dai riccioli rossi che uscivano ribelli da sotto un ridicolo elmetto militare. Non emise un grido, così non dovetti colpirlo nemmeno troppe volte. Oggi lo rifarei. Fu eccitante ma voi non potete capire… siete troppo stupidi. Voi non eravate lì quella notte in un cesso puzzolente. Voi non camminavate nel fango affianco a me e non avete visto cadere i vostri amici uno a uno colpito dritto tra gli occhi o dilaniati dalle schegge di granate…e non avete ringraziato Dio perché quella fine da bestie fosse toccata a vostro fratello e non a voi. Cazzo… voi non eravate in nessun fottuto fosso a piangere per giorni di seguito mentre i cecchini facevano a scommessa con le nostre vite. Siete buoni solo a leggere libri, dove tutto è finto come la storia di quel bambino fino a quella notte, a quell’istante. Quindi … per me è giusto così! Innalzate invece una statua in mio onore per non averlo ucciso così, alla fine di tutto, a sangue freddo. Lo lasciai andare nella notte; lui, i suoi riccioli rossi che uscivano ribelli da sotto un ridicolo elmetto militare. Lasciai andare lui e il suo zainetto pesante, troppo pesante per contenere solo libri. Lo vidi allontanarsi ed era bellissimo e forse sognai ma per un istante la sua corsa cessò e lui mi sorrise un ultima volta. Per me è giusto così!
Tre giorni dopo entrammo negli edifici comunali. L’edificio era grande. Ci dividemmo. Per sorte io e altri nove iniziammo a ispezionare il piano terra. Mi stavo rompendo le palle nel far la conta dei moscerini. Un’esplosione, la finestra esplose colpendomi in piena faccia con schegge di vetro e legno, niente di veramente grave. Almeno per me. Corsi alla porta…fumo dalle scale. Quei gradini erano altissimi o sul momento così mi parvero. Sentii qualcuno gridarmi contro di non entrare ma era troppo tardi, tardi per tutto. Il sangue è qualcosa di sopportabile. Sono gli arti dei propri amici sparsi in una stanza che ti fanno capire che tutto fa schifo. Sarei dovuto scoppiare in lacrime davanti quello spettacolo di mattanza ma i pensieri corsero veloci. Era lì, vicino ai miei anfibi. Un ridicolo elmetto militare spaccato a metà. Mi chinai e ancora prima di vederli li immaginai. Attaccati all’interno con una colla densa di sangue e cervella vi erano dei capelli. Riccioli rossi che ora erano liberi da tutto. Risi, e risi di gusto.
Io avevo fottuto lui. Lui aveva fottuto sei dei nostri.
La sua borsa era troppo pesante per contenere semplici libri.
Questa è la guerra di chi la guerra la vive. Per me è giusto così! Continuate pure a leggere i soliti libri…
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